18 luglio 2009

Face to face con il fondatore di Facebook..Da aprile si sono aggiunti 50 mln di utenti e raggiunge 250 mln di iscritti nel mondo.


Se ti dico “walled garden”, cosa rispondi? Ok, lascia perdere il giardinaggio: è un modo per definire, in gergo tecnologico, un sistema chiuso. Per esempio dei contenuti “proprietari”, proposti da un gestore telefonico solo per un dato telefono. Hai presente l’App Store di Apple? Ecco…
Ma un “walled garden”, in genere, è qualunque ambiente che non consente il libero scambio di informazioni, che è l’esatto opposto del concetto di Rete come sarebbe giusto intenderla. Il grande giornalista Fred Vogelstein, ha ben pensato di parlare di “walled garden”, ma non solo, con il mitico Mark Zuckerberg, il creatore di Facebook.

La chiacchierata inizia con Mark che parla della sua visione di Facebook. Nato nel 2004, nel dormitorio del college, Facebook è frutto della voglia di far condividere le informazioni alle persone. “[con Facebook] le persone possono mettersi meglio in contatto con quelle attorno a loro, capire di più cosa gli sta accadendo, e capirne di più in generale”. Inoltre, questa “apertura”, secondo Mark, influisce sulle istituzioni più importanti della società, e sulle relazioni che la gente ha con il governo e i suoi leader. Per ottenere questo ambizioso risultato, Zuckerberg intuì che doveva mettere in piedi un’azienda e un’organizzazione.

Per farlo, c’erano due diversi approcci. Uno che Mark definisce “dall’alto in basso”, come quello utilizzato dai motori di ricerca, con macchine a algoritmi pronti a setacciare le informazioni sul web, ed elargirle agli utenti. Ma non si trattava del metodo migliore, per Mark e compagni, perché avrebbe diffuso solo le informazioni di dominio pubblico, non dando agli utenti il pieno controllo su ciò di cui avevano bisogno per sentirsi davvero a loro agio. “Nessuno vuole vivere in una società controllata, che, estremizzando il discorso, è la conseguenza di questo approccio”.

Così, ecco l’approccio Facebook-style, del tipo “terra a terra”, dove le persone scelgono di condividere le informazioni da sé. Mark dice che è un approccio più lento, se vogliamo, perché implica che la gente ha prima bisogno di capire che condividere le informazioni è una cosa giusta. Poi, lentamente, nel corso del tempo, ne condivide sempre di più. Ma in questo modo si ottengono più informazioni, anche quelle che gli utenti non vogliono condividere con chiunque, ma solo con chi gli sta intorno. “Ottieni informazioni personali, come le foto delle mie vacanze, o di un viaggio che voglio condividere con la gente”.

Il tutto contribuisce ad arricchire il web stesso, che è più democraticamente controllato dalle persone che ne stanno condividendo i contenuti, in opposizione a una qualche forma di “entità centrale”, che raccoglie e cataloga queste informazioni.

Questo è il percorso scelto da Facebook e i suoi creatori (Zuckerberg, ma non solo). “Penso che, a questo punto, probabilmente ci sono più persone che stanno condividendo contenuti, sia privatamente che semi-privatamente, nei social network (piuttosto che siano raccolti dai motori di ricerca)”. E Zuckerberg continua: “[…] intendo condividere con 100, 1000 o 10000 persone. Non è l’e-mail che stai inviando a una o due persone, ma è anche qualcosa che stai mettendo a disposizione di tutti”.

“Penso che ci sono un mucchio di informazioni che la gente sta condividendo proprio ora e che, probabilmente, stanno crescendo molto più velocemente del volume di blog, o altri siti “aperti” del web”. Come dargli torto, quando è lui stesso a snocciolare dati impressionanti, come quel miliardo di nuove foto caricate ogni mese sul suo Facebook, od oltre un miliardo di nuovi contenuti condivisi ogni settimana”.

Vogelstein chiede a Zuckerberg di essere un po’ più specifico, e Mark non ci pensa due volte a entrare nei dettagli del discorso. “Credo che ci sono due grossi temi: uno è la tendenza che Facebook seguirà nei prossimi due anni, e uno riguarda i contenuti più strutturali, relativi alla piattaforma che stiamo costruendo”. Il genietto americano chiede di pensare al modo in cui si è evoluto Facebook, passando da una piattaforma fine a se stessa ed evolvendo, poi, attraverso servizi e siti affiliati, verso Facebook Connect. Quest’ultimo è un sistema di riconoscimento di un utente, che dà accesso a tutti i contenuti gestiti da Facebook. Insomma, un mezzo col quale, con lo stesso nome utente e password, accedi a più servizi. Una forma di apertura che ha sancito l’evoluzione del social network più famoso del mondo, e che Zuckerberg vuole raggiungere e accrescere, dando al pubblico strumenti sempre più potenti per condividere e connettersi. “La combinazione di queste due cose porta il mondo a essere più aperto”. “Un’analogia a cui pensiamo è un governo o una nazione. Se vuoi essere libero, o vuoi preservare la libertà delle persone, hai bisogno di leggi che garantiscano la libertà di parola [alla gente] e tutte le libertà di cui hanno bisogno. Ma hai anche bisogno di un sistema governativo aperto, dove la gente può votare ed essere rappresentata”. Ed è per questo che Facebook si muove su due fronti: dare la possibilità di creare le proprie applicazioni e, al contempo, creare una piattaforma che diventi sempre più aperta. “Gli utenti possono portare le loro informazioni dove vogliono. Chiunque può usare la piattaforma”.

Così il giornalista chiede a Zuckerberg se questo significa che ogni utente di Facebook avrà il controllo su come le proprie informazioni saranno rese pubbliche. E se, o meno, farle includere dai motori di ricerca. Mark risponde che Facebook si sta già muovendo in quella direzione. Appena qualche settimana fa ha annunciato un’impostazione della privacy che consente di condividere pubblicamente, o meno, il proprio profilo. Ma ci dobbiamo aspettare molto di più in futuro, in questo senso. “Abbiamo lanciato contenuti come Platform, per il quale abbiamo ottenuto molti elogi”. Facebook Platform, se non lo sai, è un sistema di sviluppo che consente di creare applicazioni per Facebook in modo facile, tanto che, ad oggi, se ne contano più di 14000. “Ma molte persone ci hanno anche detto che non è aperto come dovrebbe essere. E per molti versi penso che abbiano ragione, ma si tratta di cose che richiedono tempo. Stiamo muovendo una comunità di 200 milioni di persone lungo questo spettro, provando a dire loro di condividere le informazioni e sentirsi a loro agio per questo”.

Vogelstein, a questo punto chiede: “Perché non perseguire questa strategia fin dall’inizio? Perché avete aspettato fino ad ora per fare tutte le cose di cui stai parlando?”

E Zuckerberg: “È una questione importante, questa. È facile avere una buona filosofia sul concetto di “apertura”, ma muovere il mondo in quella direzione è una cosa diversa. Richiede sia di capire dove vuoi andare, sia di essere pragmatici per arrivare lì”. Zuckerberg, a questo punto, fa un paragone, raccontando che nella politica questo succede sempre. Perché è facile avere un certo punto di vista su come vanno fatte le cose, ma chi lavora nel campo deve bilanciare, ogni giorno, gli obiettivi da raggiungere con i mezzi per farlo.

Quando Vogelstein chiede al fondatore di Facebook se è d’accordo con la filosofia secondo cui non puoi avere successo in Internet elevando dei “muri”, e cioè puntando su sistemi e servizi chiusi, lui risponde che non è una questione di bianco o nero. Sicuramente, col passare del tempo i servizi saranno sempre più aperti, ma devono iniziare con l’essere più o meno chiusi. Ed è molto importante. Zuckerberg, a cui evidentemente piacciono le analogie, a questo punto tira in ballo quella sull’evoluzione dei personal computer. Si è partiti con persone che producevano tutto da sé. Poi si è passati a hardware e software sempre più aperti, e ciò ha portato a sistemi migliori. Ma da qualche parte si è dovuto iniziare. Non si sarebbe potuti partire subito da una piattaforma aperta. “Qualcuno doveva avere prima l’idea di un computer”.

Vogelstein ribette: “Molti credono che le regole che guidano l’industria dei PC non coincidono con quelle che si stanno evolvendo attorno al business su Internet. Dicono che, di fatto, devi iniziare con un sistema aperto e continuare in questo modo”.

“Penso che una questione che è davvero importante è che le regole stanno costantemente cambiando. Penso che un mucchio di problemi che queste compagnie hanno, deriva dal fatto che si considerano troppo strettamente delle aziende in un ambito specifico”. E qui Zuckerberg tira in ballo l’ennesimo paragone, questa volta con la posta elettronica. “[le e-mail] potevano facilmente evolversi in ciò che sono oggi i social network. Penso che molte aziende, di fatto, si stanno muovendo in quella direzione. Ma è perché si sono considerate solo delle aziende di posta elettronica, e non si sono adattate con sufficiente rapidità”.

Parlando di aziende, il discorso va a finire, ovviamente, sul business che ruota attorno alla Rete, e sui metodi per rendere profittevoli compagnie come Facebook. Mark, a questo punto, mostra il lato da manager, spiegando che il mercato si è evoluto dalla vendita del prodotto alla creazione di un rapporto, una relazione, tra azienda e consumatore. Relazione che, ovviamente, si basa su servizi come i social network. “Dovresti essere in grado di metterti in contatto con un’azienda nello stesso modo in cui lo fai con un amico, o una persona, nel sito. E quell’azienda dovrebbe essere in grado di pubblicare contenuti nello stesso modo in cui succede con le persone a te care”. Ma questo deve ancora avvenire completamente, tanto che, mentre i normali utenti di Facebook possono sfruttare una comunicazione bidirezionale coi loro amici, questo non succede con le Facebook Pages. Si tratta dei profili di aziende e personaggi famosi, che al momento sono in grado solo di aggiornare fan e clienti con nuovi contenuti, mentre non è possibile un’interazione opposta. “Nel corso del tempo vedremo queste cose convergere completamente”. “Così, indipendentemente da chi sei, persona, negozio o grande azienda; avrai le stesse opzioni”.

Il giornalista, a questo punto, dice che questo sistema di “relazioni” tra azienda e pubblico può funzionare con i business minori, ma a livelli più elevati verrebbe comunque percepita come una mera azione promozionale. Insomma, magari puoi arrivare a credere che al tuo macellaio di fiducia interessi davvero costruire una relazione con te, ma nessuno crederebbe mai all’interesse da parte di una grossa compagnia.
Zuckerberg, a tal riguardo, invita a pensare al modo in cui politici e celebrità sfruttano Facebook in questo momento. E tira in ballo il marito di Demi Moore. Mark sostiene che, quando Ashton Kutcher inserisce un video, riceve centinaia di feedback. Forse non ha nemmeno il tempo di leggerli e rispondere a tutti, ma di sicuro crea un rapporto positivo coi fan, che sperano che il loro idolo risponda ad alcuni. È questa, secondo il fondatore di Facebook, la dinamica per far evolvere il business online.

Vogelstein: “La gente ha provato per anni a fare soldi vendendo pubblicità tramite i servizi online, ma la verità è che quando stai comunicando, non sei particolarmente ricettivo ai sistemi di advertising. Perché questo non è un problema per Facebook?”

“Sì, concordo. E penso che la differenza è che questo [Facebook] non é un convenzionale mezzo di comunicazione. La gente lo usa per condividere informazioni, ma condividere è un po’ diverso che comunicare, giusto? Condividere è mettere qualcosa in pubblico, e il pubblico ne fruisce in modo asincrono. Così, buona parte di ciò che facciamo è evidenziare le informazioni giuste alle persone giuste […]”.
Il ragazzo americano, comunque, crede anche lui che, mentre un utente usa il sistema di chat di Facebook, è poco incline a osservare della pubblicità. Mentre lo è decisamente di più quando, al mattino, va nella sua pagina personale.
Da considerazioni “squisitamente” commerciali, si arriva così all’ultima, stuzzichevole, domanda: “Sospetto che state costruendo un vostro sistema di ricerca…”
La risposta? Chiara e sincera, come il sorriso di Mark: “Sì, o almeno ci proveremo”. Google e Microsoft sono avvertite.

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Angelo Corsi
Fonte Wired.it